Discorso sul Coronavirus

10 marzo 2020

Sembra agosto, poca gente in giro, poco traffico come quando tutti sono in vacanza. Ma questa non è una vacanza, è un isolamento forzato dovuto a misure straordinarie dettate dai decreti del governo e dal buonsenso. 

Questa è la vita ai tempi del Covid-19.

Ci avreste creduto se negli anni 90, quando tutto sembrava andare alla grande, vi avessero detto che nel 2020 ci sarebbe stata una pandemia che ci avrebbe così tanto spaventato, minato tutte le nostre certezze e ci avrebbe costretti a restare tutti in casa? Settimane, forse mesi, senza scuola, ospedali pieni, pericolo di morte per polmonite…

A me fa impressione pensare come cent’anni dopo l’epidemia di Spagnola che fece vittime in tutto il mondo, ci sia un altro virus capace di di mettere in pericolo il genere umano. Come se la Natura si ribellasse periodicamente contro l’uomo, cercando di ridimensionare un po’ il suo ego. L’uomo che si crede capace di tutto e la Natura che gli dice: “Ehi Ciccio, stai un po’ calmo, ricorda che tu in fondo non sei un cazzo!”

Quando ho iniziato a scrivere questo testo pensavo di dare un po’ di raccomandazioni generali per chi mi segue, per i miei amici e conoscenti e poi mi sono perso dietro queste riflessioni.

Non mi piace consigliare, non mi piace raccomandare, io non sono nessuno. Voglio solo condividere con voi le conclusioni a cui sono arrivato: ci vengono richiesti sacrifici per un periodo limitato, due settimane, forse un mese. Stare in casa, riducendo al minimo i contatti sociali. Per un asociale come me non è difficile ma per la maggior parte delle persone (anche per i bambini) mi rendo conto che è un sacrificio notevole. Penso anche ai giovani che soprattutto adesso, liberi dalla scuola, potrebbero vivere spensierati questo inaspettato periodo di vacanza. Ma appunto, non è una vacanza! Ragazzi, statemi a sentire: interagite via social come siete cosi bravi a fare anche in tempi normali; limitate i vostri incontri al minimo, non tanto per voi che siete forti e vi sentite immortali e che il Coronavirus vi fa un baffo, ma per i vostri nonni. Vi farebbe piacere sapere che un vostro anziano è morto a causa del contagio portato in casa da qualcuno di voi di rientro da una bella serata in giro per il lungomare o sui navigli?

Ho voluto scrivere queste righe oggi, all’indomani dell’entrata in vigore del decreto che limita gli spostamenti di tutti gli italiani, per fissare una data. Per tornare fra qualche anno, quando ci saremo ripresi più forti di prima, quando ci saremo risollevati dagli immani danni all’economia che questo periodo porterà al nostro paese, a rileggere quest’articolo. Per ricordare un giorno di quanto il nostro stile di vita odierno, che diamo per scontato, possa cambiare da un momento all’altro per delle variabili inaspettate (il cosiddetto cigno nero).

Ma adesso è il momento di resistere! Facciamo esperienza di questo periodo e torneremo a vivere liberi, a viaggiare, ad abbracciarci, a baciarci e a godere delle nostre città.

Viva l’Italia!

Ennio l’animale

Cominciò tirando i capelli a sua zia una sera durante le feste di Natale del 1992. Aveva undici anni. La povera donna lo aveva rimproverato perché continuava a sputare l’acqua in faccia a suo figlio di sei anni e questi, disperato, piangeva e si lamentava. L’aveva afferrata da dietro, tirandola per i capelli annodati a coda e, con il peso del suo corpo, l’aveva fatta cadere in terra. Gli altri parenti erano intervenuti per difendere la donna e a loro volta si erano presi la loro dose di calci e sputi. Una serata indimenticabile.

Era enorme, a diciassette anni pesava cento chili. Un metro e novanta. A scuola lo chiamavano King Kong. Una volta, durante una gita scolastica, uccise un gatto a mani nude sotto gli occhi scioccati dei suoi compagni di classe e degli insegnanti. Lo sospesero per tre giorni ma a scuola non ci tornò più. 

Cominciò a frequentare la sala biliardo del quartiere. Il locale era di proprietà di Vincenzo “il castoro”, un uomo dai denti prominenti. In realtà quest’ultimo era solo un prestanome, il locale era gestito dalla malavita. Il boss del quartiere usava i locali della zona come attività di riciclaggio e centri dello spaccio. 

In questo posto Ennio conobbe i piccoli delinquenti che lo iniziarono alla vita della strada. Un ragazzo della sua stazza faceva sempre comodo in quegli ambienti. Si affiliò al clan di zona e comincio a occuparsi di spedizioni punitive e piccolo spaccio. Dopo pochi mesi lo si vedeva già spavaldo in sella ad una moto nonostante non avesse la patente né l’età per guidarla. Terrorizzava i suoi ex compagni di classe. Li aspettava all’uscita di scuola, gli si avvicinava con la moto e, quando era abbastanza vicino, cercava di dargli schiaffi dietro la testa o pugni sugli zaini. Poi impennava e fuggiva via. 

Nel quartiere era conosciuto come un criminale, un poco di buono. Pericoloso e imprevedibile. 

A vent’anni non aveva più contatti con la famiglia di origine. Viveva in un appartamento occupato abusivamente insieme ad un altro ragazzo con indole simile alla sua. Una casa di due stanze. Materassi lerci e puzza di urina. Sul tavolo del soggiorno era sempre pronto il piattino con la cocaina e innumerevoli bottiglie di alcolici adornavano l’ambiente.

Si fece crescere la barba e si fece fare numerosi tatuaggi. Era soprannominato “l’animale”. Anche i criminali più vecchi di lui lo temevano. Era violento più del dovuto e quando sniffava diventava psicopatico. 

Un giorno il capo della sua banda volle fargli un regalo per premiarlo dei suoi meriti. Gli diede una bustina di cocaina speciale di colore rosa. Ennio soddisfatto si chiuse in casa, preparò tutto l’occorrente per spararsi in vena quella bella pallina di polvere, si spogliò completamente nudo e si iniettò la dose.

Cominciò a viaggiare. Negli ultimi attimi di lucidità vide il papà, i nonni, i momenti della sua infanzia. Sentì su di sé le carezze e i baci d’amore della sua mamma. L’amore, una cosa che non aveva mai provato. Non era stato mai amato e non aveva mai amato nessuno, che peccato. Aveva paura. Cominciò a sudare e poi a tremare. Sentì la pelle della sua mamma che lo abbracciava, sentì il suo profumo. Si addormentò sorridendo confortato da quel caldo abbraccio e non si svegliò più. Aveva ventidue anni.

L’Iceberg del Successo

Oggi ho ricopiato il disegno dell’Iceberg del Successo. Per ricordarmi che il successo è fatto di Persistenza, Fallimenti, Sacrificio, Arrabbiature, Dedizione, Duro Lavoro, Disciplina. Le persone al di fuori di te vedono solo la punta dell’iceberg, il Successo, non vedono che tutto quello che hai ottenuto è il risultato del lavoro di anni.

Ricorda e persevera, il Successo arriverà!

Alcolista anonimo

alcolisti anonimi

Nella stanza ci sono dodici persone, otto di questi sono uomini. Seduti in cerchio su sedie di legno una diversa dall’altra. A turno ci raccontiamo le nostre giornate iniziando con la frase “sono sobrio da x giorni”. 

Io bevo. Mi piace bere, bevo tanto. Bevo da quando ho memoria. Da bambino andavo a bere di nascosto i superalcolici dall’armadio di mio padre in soggiorno. Crescendo ho amato la birra. Da ragazzo ne bevevo pinte su pinte. Fresca, bionda, rossa, scura… Nel tempo ho apprezzato il vino. Vino rosso, bianco, frizzante, secco, Lambrusco, Bonarda, Falanghina, nero d’Avola… Ero sempre brillo. Alla sera diventavo ubriaco, a volte molesto. Mi accorgevo di essere al limite quando cominciavo a parlare con difficoltà ma mi piaceva quella sensazione e non mi fermavo. Attaccavo briga con chi mi stava antipatico, l’alcol mi dava forza e disinvoltura. Da ubriaco guidavo, mi sentivo bene, immortale. Mi hanno ritirato la patente tre volte. Adesso non ce l’ho più. Giro in bicicletta. Da casa al lavoro, dal lavoro al supermercato (dove compro qualcosa da mangiare e le mie bottiglie), dal supermercato a casa. La sera esco a piedi. Faccio il giro dei bar del centro e torno a casa presto, stanco e barcollante. 

È la prima volta che vengo in questo centro di alcolisti. Mi sembrano tutti degli ubriaconi sfigati. Sapevo che c’era questo centro che offriva questo servizio a chi cerca di smettere ma non ne ho mai avuto bisogno. A me piace bere, sono simpatico quando bevo, il mio mondo intriso d’alcol è una meraviglia. Perché sono qui allora?

Ieri sera, nel mio consueto giro alcolico, mi sono imbattuto in una giostra per bambini. Li vedevo girare felici su quei cavallucci e con loro girava anche il mio mondo e la mia testa. Li osservavo da qualche metro e ad ogni giro incrociavo lo sguardo di un bambino in paricolare. Aveva gli occhi grandi e verdi e un sorriso triste. Incrociavamo gli sguardi, ad ogni giro sempre più a lungo. La giostra smise di girare con un suono di campanella. Il bambino scese dal cavalluccio e si diresse verso di me continuando a sostenere il mio sguardo. Quando arrivò presso di me allungò una mano e mi sfiorò una gamba, continuò a camminare e, raggiunta la sua mamma che si trovava alle mie spalle, sparì tra la folla.

Mi sentivo strano, mi era passata la sbronza. Avevo una lucidità che non ricordavo da anni, come se non avessi bevuto neanche una goccia d’alcol. Non avevo nausea, ero leggero e sereno. Non mi accorsi che piangevo, il mio volto era rigato dalle lacrime. Forse ero felice. Mi guardai intorno e il mio sguardo fu catturato dalla statua di un angelo della chiesa di S. Michele. Forse avevo capito il messaggio, forse avevo ricevuto un miracolo.

Adesso dovrebbe essere il mio turno di parlare: “sono sobrio da ieri sera e credo di aver incontrato un angelo…”

Alter ego

Cammino lungo una strada della città. È lastricata, bagnata e scivolosa, ha appena finito di piovere.

Dall’altro lato della strada vedo un uomo simile a me. Camminiamo nella stessa direzione. A volte incrociamo gli sguardi. Un momento lui è avanti a me di qualche metro. Un minuto dopo sono io ad essere in vantaggio su di lui.

È il mio alter ego, quello che decide, quello sicuro di sé. Lo guardo, cerco di imitarlo, vorrei essere come lui. A volte ci riesco. Spesso invece è ancora qualche passo avanti a me.

Ci sto lavorando, mi sto allenando.

La svolta

La strada è in leggera salita, da tanti anni. Il cammino è pieno di sassi, buche. Ti fanno male i piedi. Spesso un sassolino entra nella scarpa e fai cento, mille passi con un dolore piccolo ma costante che ti pungola fino a che ti devi fermare e per proseguire devi estrarre il corpo estraneo. La strada si fa stretta, devi rasentare il muro, devi stare attento a non cadere nel fosso che costeggia la via.

Vedi da lontano un’altra strada che si incrocia con la tua, una strada in discesa. Una strada liscia, tappezzata di erba fresca. Vorresti prendere quella via, senza scarpe scivolare sull’erba e dare ristoro ai tuoi piedi stanchi. Vorresti svoltare ma, quando sei vicino a prendere questo nuovo sentiero, questo si riempie di nebbia. Cerchi di guardare attraverso il fumo ma non riesci a vedere la via dove porta, se è sicura, se ha uno sbocco. Allora prosegui per la tua strada in salita, con fatica, aspettando un’altra svolta che non sai quando e se arriverà. E non sai se allora avrai il coraggio di svoltare.