Il bisogno di scrivere

La memoria si conserva per poco tempo. Tre, quattro generazioni al massimo poi si dimentica anche il nome di chi ci ha preceduto, di chi ha permesso a noi di essere sulla terra. Conosciamo il nome dei nostri nonni, forse dei nostri bisnonni, ma dei genitori di questi già è difficile sapere qualcosa se non c’è niente di scritto.

Non mi fa paura morire. La morte è naturale, permette la vita, il miglioramento del DNA e tante altre cose belle. Mi fa paura l’oblio. Se nella vita non si fanno cose eclatanti (tipo Leonardo o Galileo) nel giro di due o tre generazioni nessuno saprà che sei mai esistito. È come non essere mai nati. Tra qualche anno i miei pronipoti non sapranno neanche chi sono, da dove vengo e se nella vita ho fatto qualcosa di buono. Così come mi rattrista non sapere chi mi ha preceduto. Da dove veniva il padre di mio nonno, e suo padre e ancora oltre. Questo mi da un senso di solitudine. È come essere in una bolla senza sapere cosa c’è fuori.

Così, a quarant’anni, sento il bisogno di scavare nei ricordi dei miei parenti più anziani per sapere quanto più possibile sulle loro storie e le loro origini.

Anche per questo ho deciso di scrivere. Lo faccio per me stesso, per fissare le cose prima che anche i miei ricordi svaniscano. Lo faccio anche per chi verrà dopo di me, per lasciare un impronta che potrà essere vista da chi affronterà il cammino quando io sarò già tanti chilometri più avanti.

Cerco di evitare l’oblio.

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