l’ultimo cammino

campo grano

Camminavo nudo in un campo. Un campo di grano. Giallo, oro. Le spighe erano alte e folte. Con la mano ne toccavo le punte. Le sentivo morbide sotto le mani ruvide di lavoro. Mani esperte, rudi. Tutta la vita a lavorare. Tutta la vita a spalare terra, alzare cemento. Bagnate nell’acqua e esposte al freddo. Mani spaccate dalla fatica. Mani d’amore, per una carezza ai miei figli.

Camminavo nudo in un campo. Il sole bello del tramonto creava riflessi d’oro. Andavo verso quella luce. Mi attirava come un canto di sirene. Irresistibile. Sentivo alle mie spalle rumori in lontananza. Un ultimo sguardo indietro. Vedevo una città con alti palazzi, gente frenetica, aerei, luci, fumo. Pazzia, violenza, ingiustizia. Fame, disperazione, guerra, grida, morte. Non volevo andar via così presto ma non voglio tornare indietro. Non voglio tornare lì.

Cammino nudo in un campo. Una roccia, una fonte. Acqua fresca, bevo avidamente. Placo l’arsura che ho dentro. Non ho più ricordi. Sono innocente, non ho vergogna a mostrarmi nudo così. Non ho ricordi, sono in pace.

Un grande cancello. Aprite, sono pronto!

la telecamera mentale

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la fonte del pensiero

Prima di dormire, quando il sonno ti vuole chiudere gli occhi, si formano nel pensiero delle immagini. Le seguo, una si trasforma nell’altra. Una si apre e tira fuori l’altra. Una si chiude e l’altra si sovrappone. Con una telecamera mentale vorrei filmare queste forme, pensieri rilassanti, a volte violenti. Vorrei vederli con lucidità il giorno dopo. Riuscirei a trarne dei racconti fantastici. Invece si perdono, che peccato. Tanta ispirazione gettata via. Il flusso più spontaneo della mente mia non riesce a realizzarsi. 

pace

Ho provato a cambiare città, da ovest a est; da nord a sud. Dieci volte, come fuggendo da qualcosa, cercando di trovare la pace. La pace che manca dentro di me e fuori. Poi ho capito. La pace non esiste, gli uomini non la vogliono. Gli uomini sono cattivi. In ogni angolo della Terra gli uomini sono malvagi. Pace in terra agli uomini di buona volontà. Non ci sono più uomini di buona volontà. Sono stati uccisi da chi getta via la pace per perseguire i propri interessi, hanno tagliato loro la testa appena questi sono spuntati dalla terra, dal grembo materno.

Un bambino faceva la fila per comprare il pane. Bombe con gas venefico. Tragedia.

Giovani cercavano un lavoro come poliziotti. Un kamikaze schiacciò il bottone. Sangue sui muri.

Un ragazzo entrò in auto per tornare a casa. Due killer lo crivellarono di proiettili scambiandolo per un altro. Cervello sui finestrini.

Una famiglia cenava come tutte le sere. Bombe al fosforo. Orrore.

Un uomo prese il bambino dalle braccia della madre e lo gettò nel fiume. Follia.

Una ragazza scomparsa, trovata morta. Un ragazzo scomparso, trovato morto. Un’altra ragazza, uccisa e sepolta. Bambini mai più ritrovati.

La striscia di Gaza, l’Afganistan, il Darfur, l’Iraq, la Siria, e quanti posti di cui non sappiamo neanche l’esistenza. I musulmani contro i cristiani, i cristiani contro i musulmani. Il mio dio è più bello del tuo. Il tuo dio è violento, il mio è buono, quindi ti ammazzo, fai schifo. Voi non rispettate le donne, le coprite con i veli e non le fate guidare. Noi le donne le rispettiamo, non le violentiamo, non le ammazziamo. Voi venite dall’Africa, rubate nelle case, rubate il lavoro. Siete diversi, puzzate di sudore. Volete pregare il vostro dio? Andate a casa vostra. Qui si può pregare solo il nostro dio, che è tollerante e ci insegna l’amore e la pace fra tutti gli uomini.

Noi facciamo le guerre per imporre la pace e la libertà. Chi vi governa è un pazzo sanguinario, vi tiene soggiogati, non avete la libertà. Noi vi facciamo guerra, vi liberiamo, ammazziamo e umiliamo il vostro popolo. Ma poi, pace. Ma perché ci odiate? Abbiamo ammazzato i vostri figli ma adesso avete la libertà. Il vostro governo attuale ama la pace, non è così?

Duemila anni fa un uomo fece scalpore per il suo pensiero innovativo, predicava uguaglianza tra tutti gli uomini. Predicava l’amore ma uccisero anche lui. Una frase riassumeva tutto il suo pensiero: “ama il tuo prossimo come te stesso”. In duemila anni nessuno ha ancora capito. In duemila anni nessuno ha ancora imparato.

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foto della mostra “occhi della guerra”

guardia

Dormono tutti. Solo io veglio. L’accampamento in riva al mare riposa, riposano le persone cullate dal suono delle onde del mare. Il fuoco è ancora vivo, basso, caldo. Tutti dormono. Io veglio, sono a guardia di questi piccoli esseri indifesi. Sono seduto su un grosso tronco, con la testa tra le mani. Guardo il mare calmo con le sue onde ipnotiche che arrivano verso la riva con la precisione di un pendolo. Una, due, tre, cento, mille. Una muore mentre un’altra nasce, rischiarate dal bagliore della Luna bassa all’orizzonte.

Penso a voi, anime innocenti. Madri con i vostri figli. Angeli scesi in terra per assaggiare una parentesi di inferno. Stanotte siete al sicuro. Dormite al caldo, pericoli non arriveranno dal mare. Ci sono io a scrutare l’orizzonte. Darò tutto me stesso, attraverserò le fiamme, guaderò i fiumi, scenderò nelle profondità della terra e salirò in alto nel cielo. Sacrificherò la mia vita. Voi sarete salvi. I bambini potranno crescere, le mamme potranno amarli ancora, i padri potranno essere orgogliosi dei nuovi piccoli uomini che hanno cresciuto.

Io non dormirò.

mar Jonio visto da un'altura

mar Jonio visto da un’altura

preghiera del vigile del fuoco

Iddio, che illumini i cieli e colmi gli abissi, arda nei

nostri petti, perpetua, la fiamma del sacrificio.

Fa più ardente della fiamma il sangue che ci scorre

nelle vene, vermiglio come un canto di vittoria.

Quando la sirena urla per le vie della città, ascolta

il palpito dei nostri cuori votati alla rinuncia.

Quando a gara con le aquile verso di te saliamo,

ci sorregga la Tua mano piagata.

Quando l’incendio irresistibile avvampa, bruci il

male che si annida nelle case degli uomini, non

la ricchezza che accresce la potenza della Patria.

Signore, siamo i portatori della Tua Croce, e il

rischio è il nostro pane quotidiano.

Un giorno senza rischio è non vissuto, poiché per

noi credenti la morte è vita, è luce: nel terrore dei

crolli, nel furore delle acque, nell’inferno dei roghi

la nostra vita è il fuoco

La nostra fede è Dio.

Per Santa BARBARA martire.

Così sia.

 

Incidente stradale

 

al lavoro

Una luce trapassa le palpebre chiuse nel cuore della notte. Immediatamente capisco dove mi trovo. Scatto. In un gesto furioso butto giù la coperta e metto i piedi a terra. Il suono della campana è come un trapano. Buca i timpani e colpisce direttamente il cervello mentre cerco di raccogliere tutta la concentrazione per infilare i pantaloni e le scarpe. Guardo l’orologio: 3,57. Guardo i miei colleghi, compagni di stanza, anche loro risvegliati di soprassalto. Non parliamo. Sappiamo tutti cosa fare. Vestirsi, muoversi e prepararsi. L’altoparlante dell’interfono annuncia che tipo di intervento andremo a fare: “incidente stradale”. Vado al piccolo trotto verso il palo di discesa, apro il cancelletto e afferro il palo prima con le braccia e poi con le gambe. In un attimo atterro sul cuscino del piano di sotto. Apro la porta e mi trovo già davanti all’autopompa. Infilo gli stivali e vedo tutti gli altri che come me si stanno preparando per uscire.

“Di che si tratta?” domanda un vigile.

“Incidente stradale con incastrati, l’auto è finita in una scarpata”, risponde gridando il centralinista in mutande; ha già aperto la serranda della rimessa.

Tutto è pronto. Salgo sull’autopompa e giro la chiave. Il motorino sussulta e il motore si avvia. Accendo i lampeggianti blu e le “strobo”. Tutti i pompieri sono saliti a bordo, le porte sono chiuse.

“Dove andiamo?” chiedo al caposquadra.

“Autostrada A8, direzione Milano”.

Innesto la marcia e parto, curvo sulla destra e nel frattempo accendo la sirena.

Sono passati solo trenta secondi da quando ci siamo svegliati ma non c’è più tempo per dormire. Ora si deve dare il massimo.

La strada è quasi deserta, sono le quattro del mattino. Ai primi tempi, quando ancora non ero autista, mi piaceva guardare la città di notte e immaginare la vita delle persone, ignare di tutto quello che stava succedendo. Pensavo “qualcuno dorme, qualcuno ama, qualcuno soffre”. Mi piaceva pensare che la vita della gente andava per il verso giusto. Se poi succedeva qualcosa di male, qualche problema, una squadra di vigili del fuoco era lì pronta a soccorrere, a mettere a posto le cose.

Adesso sono l’autista. Non ho tempo per pensare, devo portare il mezzo e gli uomini nel posto dove è successo il disastro. Curva a sinistra, semaforo rosso, rallenta, attento, passa. Altra curva, il mezzo tiene bene la strada, i pompieri sono sballottati un po’ di qua e di là. Se non fossero ancora un po’ assonnati si divertirebbero anche. Sono vestiti di tutto punto. Completo antifiamma, elmetto e varie lampade in testa e sul giaccone.

Imbocco l’autostrada, non si vede coda, l’incidente deve essere lontano. Le luci stroboscopiche si riflettono negli specchietti dei pochi automobilisti presenti a quell’ora. Qualcuno si fa da parte. Il traffico è minimo.

In lontananza ecco che vediamo delle luci gialle che lampeggiano. Poi vediamo le luci blu delle auto della polizia. Siamo arrivati. Per radio diamo comunicazione dell’arrivo in posto. L’operatore della sala operativa della centrale ci avvisa che stanno arrivando altri due mezzi a darci manforte.

“Kappa” dice il caposquadra.

Spengo la sirena e accosto infilandomi tra la colonna di auto sulla mia sinistra e l’ambulanza che è ferma sul margine della carreggiata. Freno a mano e tutti giù.

Io resto ancora qualche attimo al volante. Accendo le luci dei vani laterali, innesto la presa di forza per la pompa e prendo il mio elmetto e i guanti.

Scendo e mi porto subito sul lato destro del mezzo dove è posizionato il gruppo elettrogeno. Lo accendo e sollevo la colonna fari. In pochi secondi la scena dell’incidente è illuminata. Do un’occhiata alla situazione. L’auto è finita nella scarpata, è rovesciata e al suo interno c’è una persona. Il personale sanitario già è all’opera per stabilizzarne le funzioni vitali.

“Gruppo da taglio, presto! Prendetelo e portatelo qui!” ordina il caposquadra indicando il punto dove posizionare la centralina. Il gruppo da taglio è formato da un motore a scoppio accoppiato ad una pompa oleodinamica che, pompando dell’olio ad alta pressione, riesce a muovere una cesoia e un divaricatore meccanici. Il gruppo da taglio serve per tagliare e aprire le lamiere delle vetture “come scatole di sardine”, come amano dire i vigili del fuoco ai bambini in visita nelle caserme.

Mentre i pompieri prendono il gruppo da taglio, io ho già attivato la pompa dell’acqua, nel caso in cui ci fosse qualche principio d’incendio. Vado ad aiutarli, il gruppo pesa molto. In quattro portiamo l’importante attrezzo nel punto indicato dal capo. I sanitari hanno già applicato al malcapitato il collarino e il corsetto per l’estricazione. La tavola spinale è pronta ad accogliere il ferito ma c’è un ultimo ostacolo: il montante dell’auto ne ostruisce il passaggio. Entriamo in azione. Accendo il gruppo. Due operatori, uno tiene la cesoia e l’altro lo aiuta a piazzarla correttamente nel punto da tagliare. Gli altri maneggiano i tubi dell’olio in modo che non diano fastidio alle operazioni di taglio. Si comincia. Agendo su una ghiera posta sull’impugnatura della cesoia si fa in modo che le forbici si aprano. Poi, ruotando la ghiera nel verso opposto, queste si chiudono penetrando senza sforzo nella lamiera del montante. Il primo taglio è fatto ma ne serve un altro dal lato opposto. Mentre i vigili continuano nella loro opera mi accorgo che c’è della benzina tutto intorno al lato posteriore dell’auto. Corro a prendere un estintore a polvere e lo piazzo nei pressi delle operazioni di soccorso. In tre minuti il malcapitato viene liberato e messo sulla spinale, imbracato e immobilizzato. Si lamenta molto per il dolore ma non sembra essere grave, forse ha qualche frattura al braccio sinistro. Sento infatti i sanitari parlare di un codice giallo. In ospedale gli saranno fatti tutti i controlli, se la caverà.

Il grosso del lavoro è fatto. Il caposquadra comunica con la sala operativa e, mentre si rimette a posto il gruppo da taglio, discutiamo di come recuperare la vettura. Il carro attrezzi è già presente ma la vettura è ribaltata. Nessun problema. Usando il verricello della nostra autopompa riusciamo a rimettere l’auto in posizione ottimale, pronta per essere recuperata dal carro attrezzi.

L’intervento può considerarsi concluso. Spengo e ripiego la colonna fari mentre il capo scrive qualcosa sul suo taccuino. I vigili sono già sul mezzo, sono le 5,20 del mattino. L’aria comincia ad essere fresca, siamo a fine settembre. Il tragitto per rientrare è rilassato. Guido piano, con il cambio automatico. Qualcuno dorme, dopo la tensione si sente tutta la stanchezza. Anch’io sono stanco ma devo resistere ancora un po’. Rientriamo in sede e, dopo esserci lavati le mani e il viso, torniamo verso le brande. Sono quasi le sei. Non varrebbe neanche la pena rimettersi a letto ma ho sonno. Ho meno di un’ora. Meglio sbrigarsi. Buonanotte. Buongiorno.