cadendo dal balcon

Suor Margherita inferno poesia

Da circa un mese, quando tento di scrivere qualcosa, mi viene in mente una vecchia poesia oscena. Comincia a girarmi in testa e non se ne va più. E non riesco più a pensare e a scrivere nient’altro. Penso solo a Suor Margherita. Adesso ho deciso, ve la scrivo, così la leggete anche voi e aggiungete un altro pezzo importante alla vostra cultura.

Cadendo dal balcon

Cadendo dal balcon Suor Margherita

finì col cul sul cazzo di fra Carlo.

Si ruppe il cul ma ebbe salva la vita.

Si domanda: doveva ringraziarlo?

Dato per certo che la pia creatura,

tutta compresa di mortal spavento,

non provò il gusto dell’inculatura,

la si dispensa dal ringraziamento.

Guerra di quartiere

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una rissa di quartiere

Il cane del mio vicino cacava nell’androne del palazzo. Faceva degli stronzi grandi e marroni e i suoi padroni facevano finta di niente. Pulivano solo se qualcuno era nei paraggi ed erano sicuri di essere visti. Uscendo dalla mia abitazione al piano terra dovevo spesso fare slalom fra le merde e di notte dovevo stare molto attento. Gli altri inquilini del palazzo erano esasperati, spesso avevano calpestato le cacche e qualcuno era scivolato con la schiena a terra. Un giorno una signora anziana cadde malamente, urtò con l’anca lo spigolo di un gradino e si spezzò il femore. Da quest’episodio scaturì una catena di vicende che in tre settimane portarono alla guerra mondiale.

Il figlio della signora era un certo Salvo Restelli, quarantenne, imprenditore edile di Novate, mentalmente instabile. Saputo l’accaduto si presentò a casa dei miei vicini e con fare minaccioso suonò il campanello. Maria (la proprietaria del cane) aprì la porta e si beccò una coltellata nel gluteo prima ancora di capire chi fosse il suo interlocutore. Arrivarono ambulanza e polizia. Il Restelli era scappato ma fu arrestato il giorno dopo al confine con la Francia. Fu portato in carcere a Torino e poi condotto ai domiciliari a casa sua.

Il marito di Maria, il signor Carlo Lippa (il proprietario del cane) di notte non riusciva a dormire più per la paura dell’aggressione subita dalla moglie e per la sete di vendetta verso il Restelli. Voleva ucciderlo. Voleva sfregiare la sua faccia butterata come lui aveva sfregiato la chiappa della sua amata moglie. Nei giorni seguenti parlò con i suoi amici del bar delle sue voglie da giustiziere. Tra i suoi amici c’era Fernando Di Prisco, un poco di buono di origine casertana. Povero di spirito e ricco di alcol era incline alla violenza. Volendo sdebitarsi con Carlo per dei favori ricevuti in passato, Fernando andò a Novate e tagliò la gola di Salvo Restelli.

Ai funerali di Restelli c’era tutta la buona borghesia. Il carro funebre era di lusso e sul sagrato della chiesa era presente anche il console del Burkina Faso, Taribo Anede, amico della famiglia Restelli. Nascosto in un parcheggio fuori la chiesa c’era anche Carlo Lippa, chiuso in auto. Voleva vedere. Non aveva chiesto lui a Di Prisco di fare giustizia ma aveva ottenuto ciò che desiderava senza muovere un dito. Scese dall’auto per fumare e fu visto dal figlio del morto che subito iniziò ad urlare. Le guardie dell’ambasciatore si misero in allerta e decisero di far sedere in auto il proprio protetto. Carlo si mise in macchina e riuscì a partire un attimo prima che la folla gli fosse addosso. Sgommò e girò l’angolo della strada proprio nel momento in cui Anede attraversava protetto dalle sue guardie. Carlo non se ne avvide perché guardava lo specchietto. Un attimo di distrazione e mise sotto le ruote il console e un paio di poliziotti burkinabé.

Successe il finimondo. Un paio di parenti del Restelli, poco più che ventenni, si avvicinarono all’auto di Carlo che era piantata in un albero e perdeva liquidi dopo l’impatto. Tirarono fuori l’uomo dal finestrino e cominciarono a prenderlo a pugni al volto e al corpo. Alcuni operai di un cantiere edile, vista la scena, accorsero per difendere l’automobilista. In mano avevano pale e mazze. Altri parenti del morto lasciarono il feretro e si gettarono nella mischia. Le guardie del console ferite erano già in piedi. Uno perdeva sangue copiosamente da un fianco. Circondavano il console che era riverso a terra, privo di sensi e con il sangue che usciva dalle orecchie. Altre due guardie erano accorse da una vettura di scorta. Il prete, che non aveva avuto neanche il tempo di benedire la bara, si avvicinò al console ma le guardie, forse pensando ad un’aggressione, gli diedero una spinta energica. L’esile prelato perse l’equilibrio e cadde battendo la testa. Non si muoveva più. Due signori attempati si scagliarono contro gli uomini della scorta e nacque un altro focolaio di rissa. Volavano pugni e calci in bocca. Due guardie ben addestrate tenevano testa a sette uomini sui 50 – 60 anni d’età. La bara di Restelli era appoggiata sul sagrato della chiesa, i quattro uomini del servizio funebre cercavano di trascinare il parroco lontano dalle ostilità. Uno di loro fu colpito da un colpo di pala sulla schiena. Bestemmiò nostro signore Gesù Cristo mentre teneva la testa del parroco che rinvenne in quel momento e, forse per un atto riflesso, sputò dritto nell’occhio del becchino. Questi lasciò cadere la testa che colpì di nuovo il selciato e il prede svenne nuovamente. Svenuta era anche la madre del morto, seduta sulla carrozzina dove era costretta da quando era scivolata sulla famigerata merda. Non rinveniva nonostante i tentativi di rianimarla dei nipoti. La moglie del povero Restelli aveva il viso nascosto dalle mani. Guardava la scena e si conficcava le unghie nelle guance, rigandole di sangue e trucco che si scioglieva dagli occhi. Tutta la strada era un campo di battaglia. Si potevano contare una cinquantina di persone che se le davano di santa ragione. La maggior parte di loro non sapeva il perché. Arrivarono ambulanze, polizia e pompieri.

Dopo un’ora di guerriglia si riuscì a tornare alla calma. Il bilancio fu pesante: due morti (oltre Restelli), ventuno feriti e nove persone arrestate. Oltre al povero console quel giorno ci lasciò le penne anche il signor Carlo Lippa. Il parroco si fece una settimana di coma e un mese in ospedale. Ci mise sei mesi per ricordare chi fosse. Il governo del Burkina Faso chiese spiegazioni ufficiali al governo italiano, si aprì una piccola crisi diplomatica tra i due paesi.

Tutto era cominciato a causa della cacca del cane del mio vicino nell’androne del palazzo.

Mai sottovalutare i piccoli eventi e le conseguenti reazioni umane. Alcuni di essi possono cambiare il destino di un uomo e delle persone che lo circondano. I piccoli eventi possono cambiare il destino del mondo.

Socrate

socrate

Non c’è pace in me. Le colpe del mio essere pesano. Pesano gli errori compiuti, le parole pesanti pronunciate quando il freno è tolto. Pesante è il mio essere, pesante è la vita. Non merito carezze, non comprensione. La mia vita è stare solo. Come un animale selvatico, mi avvicino a voi solo per farvi male, solo per mordere. Da voi prendo, ma non riesco a dare. Non chiedo scusa né chiedo perdono. A me la cicuta, addio.

l’ultimo cammino

campo grano

Camminavo nudo in un campo. Un campo di grano. Giallo, oro. Le spighe erano alte e folte. Con la mano ne toccavo le punte. Le sentivo morbide sotto le mani ruvide di lavoro. Mani esperte, rudi. Tutta la vita a lavorare. Tutta la vita a spalare terra, alzare cemento. Bagnate nell’acqua e esposte al freddo. Mani spaccate dalla fatica. Mani d’amore, per una carezza ai miei figli.

Camminavo nudo in un campo. Il sole bello del tramonto creava riflessi d’oro. Andavo verso quella luce. Mi attirava come un canto di sirene. Irresistibile. Sentivo alle mie spalle rumori in lontananza. Un ultimo sguardo indietro. Vedevo una città con alti palazzi, gente frenetica, aerei, luci, fumo. Pazzia, violenza, ingiustizia. Fame, disperazione, guerra, grida, morte. Non volevo andar via così presto ma non voglio tornare indietro. Non voglio tornare lì.

Cammino nudo in un campo. Una roccia, una fonte. Acqua fresca, bevo avidamente. Placo l’arsura che ho dentro. Non ho più ricordi. Sono innocente, non ho vergogna a mostrarmi nudo così. Non ho ricordi, sono in pace.

Un grande cancello. Aprite, sono pronto!

la telecamera mentale

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la fonte del pensiero

Prima di dormire, quando il sonno ti vuole chiudere gli occhi, si formano nel pensiero delle immagini. Le seguo, una si trasforma nell’altra. Una si apre e tira fuori l’altra. Una si chiude e l’altra si sovrappone. Con una telecamera mentale vorrei filmare queste forme, pensieri rilassanti, a volte violenti. Vorrei vederli con lucidità il giorno dopo. Riuscirei a trarne dei racconti fantastici. Invece si perdono, che peccato. Tanta ispirazione gettata via. Il flusso più spontaneo della mente mia non riesce a realizzarsi. 

pace

Ho provato a cambiare città, da ovest a est; da nord a sud. Dieci volte, come fuggendo da qualcosa, cercando di trovare la pace. La pace che manca dentro di me e fuori. Poi ho capito. La pace non esiste, gli uomini non la vogliono. Gli uomini sono cattivi. In ogni angolo della Terra gli uomini sono malvagi. Pace in terra agli uomini di buona volontà. Non ci sono più uomini di buona volontà. Sono stati uccisi da chi getta via la pace per perseguire i propri interessi, hanno tagliato loro la testa appena questi sono spuntati dalla terra, dal grembo materno.

Un bambino faceva la fila per comprare il pane. Bombe con gas venefico. Tragedia.

Giovani cercavano un lavoro come poliziotti. Un kamikaze schiacciò il bottone. Sangue sui muri.

Un ragazzo entrò in auto per tornare a casa. Due killer lo crivellarono di proiettili scambiandolo per un altro. Cervello sui finestrini.

Una famiglia cenava come tutte le sere. Bombe al fosforo. Orrore.

Un uomo prese il bambino dalle braccia della madre e lo gettò nel fiume. Follia.

Una ragazza scomparsa, trovata morta. Un ragazzo scomparso, trovato morto. Un’altra ragazza, uccisa e sepolta. Bambini mai più ritrovati.

La striscia di Gaza, l’Afganistan, il Darfur, l’Iraq, la Siria, e quanti posti di cui non sappiamo neanche l’esistenza. I musulmani contro i cristiani, i cristiani contro i musulmani. Il mio dio è più bello del tuo. Il tuo dio è violento, il mio è buono, quindi ti ammazzo, fai schifo. Voi non rispettate le donne, le coprite con i veli e non le fate guidare. Noi le donne le rispettiamo, non le violentiamo, non le ammazziamo. Voi venite dall’Africa, rubate nelle case, rubate il lavoro. Siete diversi, puzzate di sudore. Volete pregare il vostro dio? Andate a casa vostra. Qui si può pregare solo il nostro dio, che è tollerante e ci insegna l’amore e la pace fra tutti gli uomini.

Noi facciamo le guerre per imporre la pace e la libertà. Chi vi governa è un pazzo sanguinario, vi tiene soggiogati, non avete la libertà. Noi vi facciamo guerra, vi liberiamo, ammazziamo e umiliamo il vostro popolo. Ma poi, pace. Ma perché ci odiate? Abbiamo ammazzato i vostri figli ma adesso avete la libertà. Il vostro governo attuale ama la pace, non è così?

Duemila anni fa un uomo fece scalpore per il suo pensiero innovativo, predicava uguaglianza tra tutti gli uomini. Predicava l’amore ma uccisero anche lui. Una frase riassumeva tutto il suo pensiero: “ama il tuo prossimo come te stesso”. In duemila anni nessuno ha ancora capito. In duemila anni nessuno ha ancora imparato.

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foto della mostra “occhi della guerra”

guardia

Dormono tutti. Solo io veglio. L’accampamento in riva al mare riposa, riposano le persone cullate dal suono delle onde del mare. Il fuoco è ancora vivo, basso, caldo. Tutti dormono. Io veglio, sono a guardia di questi piccoli esseri indifesi. Sono seduto su un grosso tronco, con la testa tra le mani. Guardo il mare calmo con le sue onde ipnotiche che arrivano verso la riva con la precisione di un pendolo. Una, due, tre, cento, mille. Una muore mentre un’altra nasce, rischiarate dal bagliore della Luna bassa all’orizzonte.

Penso a voi, anime innocenti. Madri con i vostri figli. Angeli scesi in terra per assaggiare una parentesi di inferno. Stanotte siete al sicuro. Dormite al caldo, pericoli non arriveranno dal mare. Ci sono io a scrutare l’orizzonte. Darò tutto me stesso, attraverserò le fiamme, guaderò i fiumi, scenderò nelle profondità della terra e salirò in alto nel cielo. Sacrificherò la mia vita. Voi sarete salvi. I bambini potranno crescere, le mamme potranno amarli ancora, i padri potranno essere orgogliosi dei nuovi piccoli uomini che hanno cresciuto.

Io non dormirò.

mar Jonio visto da un'altura

mar Jonio visto da un’altura