Gennaro il tirchio

Caro Gennaro,

uscivi sempre con noi, andavamo a cena, a ballare. Ti portavamo ad assaggiare vini, alla sagra della patata nuova, a mangiare pesante in inverno, a bere al fresco in estate. Non eri tanto di compagnia, a volte facevi il perfettino e stavi un po’ sul cazzo. Ma eri uno di noi e ti volevamo bene.

Una caratteristica ti rappresentava su tutte: non pagavi mai. Se a turno si faceva il gesto di offrire il caffè tu guardavi sempre il cielo, come se in quel momento ci fosse una nuvola a strisce rosse o un asino volante. Però non ricordo mai che tu abbia rifiutato una cena, un bicchiere di vino alla cantina o l’aperitivo al bar in centro. Anzi, avevi anche da dire se il caffè era troppo lungo o il panino non era secondo i tuoi fottuti canoni di perfezione. Una volta rimproverasti addirittura il povero Gino, reo di aver pagato troppo un caffè freddo di mediocre fattura che tu, ricordo, bevesti fino all’ultima goccia.

Caro Gennaro,

adesso non ci sei più, sei volato nel mondo dei giusti. Della tua taccagneria risponderai al Sommo Giudice. Non credo che ti condannerà ad una pena molto pesante, in fondo non eri una cattiva persona. Ma io non vorrei mai fare le figure di merda che in vita facesti tu, né davanti agli uomini né davanti a Dio.

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