Non dovresti mai esser nata

Ogni volta che ti vedo

Non mi viene da parlare

Sento il sangue nella testa

Non riesco più a pensare

Sei la lama che mi taglia

Sei il mio asino che raglia

Se vedessi quanto fremo

Se capissi il mio veleno

Ho trovato un po’ di pace

Ora che te ne sei andata

Resta pure lì nascosta

Non dovresti mai esser nata

‘A mensa esterna – un successo inaspettato

Un caro amico, con grande dedizione, ha aggiunto alla canzone una serie di splendide immagini. Ne è venuto fuori un video molto bello che, correlato di sottotitoli in italiano, ha reso il pezzo fruibile anche ai non bilingue.

Questa canzone sta avendo un successo clamoroso. Fra un po’ comincerò a cantare ai matrimoni, si accettano prenotazioni.

 

 

Eddy Goldsmith – ‘A mensa esterna

Un pezzo neomelodico ispirato dall’imposizione della mensa veicolata e precotta al lavoro. Una decisione da parte dell’amministrazione che ha portato malcontento e tristezza a tutta la compagnia.
Dedicata ai miei colleghi e a tutti i pompieri.

il fiore di giugno

Immagine

Puoi tu capire?

Non so se leggi i miei scritti, i miei graffi sulla carta. Non so se li leggi.

Il mare è profondo, pieno di insidie. Non vado mai a fondo, ho paura. Non mi segui. Mai.

Ti vedo, sei lì. Mi volto e non ci sei. Ti perdo, ti vedo lontana. Ti aspetto, mi rassicuri. Ancora ti perdo.

Nelle righe della mia follia sei sempre presente ma non ti vedi. Come lo specchio di traverso. Vedi ai lati, cose inutili. Insegui le maree senza mai capirle. 

Ormai ti conosco, sei un fiore solitario, un giglio giallo che fiorisce a giugno. La pioggia non smette, il sole tarda a scaldare ma a giugno tu sei lì per tre giorni. Fiera, non guardi le rose. Appassisci sola e muori ogni volta.

Io ti osservo e ti amo.

Viaggi onirici

Nel pomeriggio di un giorno qualunque vennero a trovarci gli amici di mia moglie. Un cornuto, un calvo, un vigliacco e una scorza di melone. Insieme erano una banda ben affiatata, ma presi da soli non avevano senso di essere. Nel 1978 non ero ancora nato, ma essi già cantavano e soprattutto componevano. Geniali. Crearono banane e lampioni, orti e medicinali. Belli, con gli occhi di ghiaccio. Ma mai freddi. Aperti alle esperienze nuove. Scioccanti. Nocivi per la staticità mentale. 

Vennero a renderci omaggio, portarono un vassoio di dolci e bignè. Ma ero io che dovevo inchinarmi a loro. Non avevo parole per esprimerlo. Guardavo il cornuto di sottecchi girando lo sguardo quando lui si accorgeva della mia insistenza. Allora passavo a guardare la scorza di melone, mi perdevo nei suoi occhi chiari. In tutto il pomeriggio dissi dieci parole. Sembravo un cazzone. Poi andarono via, chiusero la porta e non li vidi mai più. Un sogno. Chiamai le uova al telefono. Non capivo più niente. Il vino era buono.

Un trillo, la sveglia. Buongiorno.