‘a veco nera

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Eddy Goldsmith – ‘A mensa esterna

Un pezzo neomelodico ispirato dall’imposizione della mensa veicolata e precotta al lavoro. Una decisione da parte dell’amministrazione che ha portato malcontento e tristezza a tutta la compagnia.
Dedicata ai miei colleghi e a tutti i pompieri.

Il caffè di Napoli – cronache delle ferie – giorno 2

Qual è la prima cosa che fanno i napoletani quando tornano a Napoli? Sicuramente prendono un caffè. Il caffè a Napoli ha un sapore diverso, unico, inimitabile. Dicono che ciò sia dovuto all’acqua, io dico che è dovuto alla cultura e all’amore che il napoletano insinua nel gesto del caffè. Al Gambrinus, al Caffè del Professore, al bar Mexico; in centro, ai decumani, a piazza Dante, in periferia… il caffè di Napoli è patrimonio dell’umanità.

Il rito del caffè di solito prevede alcune consuetudini: si entra nel bar, si saluta, si paga in anticipo. Il caffè costa ancora 80 cent, a volte anche meno. Le monete del resto vengono appoggiate sul bancone del bar insieme allo scontrino. Il barista prende scontrino e monete e appoggia sul bancone un bicchiere d’acqua fresca. Mentre vi “sciacquate” la bocca il caffè esce gocciolando come oro liquido dal crogiolo della macchina che quasi sempre ha il meccanismo “a pistone”: una leva che il barista aziona con sapiente movimento del braccio.

macchina caffè pistoni

Macchina del caffè a pistoni

La tazzina si presenta calda, fumante, con quel caffè che sembra abbia la densità della lava del Vesuvio. Spesso lo zucchero è già stato messo dal barista. Dovete solo girare il cucchiaino e degustare. Mentre il caffè scivola sulle papille gustative, i recettori nervosi della lingua inviano al cervello segnali di poesia. Il cervello li elabora e voi sentite profumi di tradizione. Storia, cultura, folclore si mischiano nella vostra mente. Vedete il mare, Santa Lucia, Pizzofalcone, i profumi di ragù che escono dai bassi. I vicoli stretti, le scalinate, i panni stesi da una finestra all’altra, profumo di biancheria e pizza fritta. Il Duomo, la festa di San Gennaro, Maradona. Eduardo, Totò, Sophia Loren, i bambini in piazza del Plebiscito, la collina del Vomero. Il teatro S. Carlo, il Palazzo Reale, S. Antonio a Posillipo, la vista del Golfo con Capri all’orizzonte. Con pochi centesimi potete rivivere la storia millenaria della città più controversa del mondo, come una macchina del tempo. Un viaggio da sogno in un battito di ciglia. Grazie al caffè, anzi ‘o cafè.

tazzina caffè

Tazzina di caffè

Ah, dimenticavo: il caffè a Napoli è buono pure con la moca o con la macchinetta napoletana (sapete che cos’è?).

eduardo caffè

Questi fantasmi – scena del caffè

Buona estate

Ripida collina

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Non è alta, è ripida.

I suoi fianchi sono ricoperti d’erba verde,

sotto il morbido tappeto roccia dura.

In cima un uomo vecchio

denigra chi arranca sui fianchi 

aggrappato ai fili d’erba.

Non ricorda quando arrancava

per salire anch’egli in cima

e adesso sputa sui suoi simili.

Strappa l’erba, 

è più difficile il percorso.

Una mano lo afferra,

lo scalza

lo getta nel vuoto.

Un uomo nuovo prende il suo posto.

E sputa sui suoi simili.

il fiore di giugno

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Puoi tu capire?

Non so se leggi i miei scritti, i miei graffi sulla carta. Non so se li leggi.

Il mare è profondo, pieno di insidie. Non vado mai a fondo, ho paura. Non mi segui. Mai.

Ti vedo, sei lì. Mi volto e non ci sei. Ti perdo, ti vedo lontana. Ti aspetto, mi rassicuri. Ancora ti perdo.

Nelle righe della mia follia sei sempre presente ma non ti vedi. Come lo specchio di traverso. Vedi ai lati, cose inutili. Insegui le maree senza mai capirle. 

Ormai ti conosco, sei un fiore solitario, un giglio giallo che fiorisce a giugno. La pioggia non smette, il sole tarda a scaldare ma a giugno tu sei lì per tre giorni. Fiera, non guardi le rose. Appassisci sola e muori ogni volta.

Io ti osservo e ti amo.

Viaggi onirici

Nel pomeriggio di un giorno qualunque vennero a trovarci gli amici di mia moglie. Un cornuto, un calvo, un vigliacco e una scorza di melone. Insieme erano una banda ben affiatata, ma presi da soli non avevano senso di essere. Nel 1978 non ero ancora nato, ma essi già cantavano e soprattutto componevano. Geniali. Crearono banane e lampioni, orti e medicinali. Belli, con gli occhi di ghiaccio. Ma mai freddi. Aperti alle esperienze nuove. Scioccanti. Nocivi per la staticità mentale. 

Vennero a renderci omaggio, portarono un vassoio di dolci e bignè. Ma ero io che dovevo inchinarmi a loro. Non avevo parole per esprimerlo. Guardavo il cornuto di sottecchi girando lo sguardo quando lui si accorgeva della mia insistenza. Allora passavo a guardare la scorza di melone, mi perdevo nei suoi occhi chiari. In tutto il pomeriggio dissi dieci parole. Sembravo un cazzone. Poi andarono via, chiusero la porta e non li vidi mai più. Un sogno. Chiamai le uova al telefono. Non capivo più niente. Il vino era buono.

Un trillo, la sveglia. Buongiorno.