Eddy Goldsmith – ‘A mensa esterna

Un pezzo neomelodico ispirato dall’imposizione della mensa veicolata e precotta al lavoro. Una decisione da parte dell’amministrazione che ha portato malcontento e tristezza a tutta la compagnia.
Dedicata ai miei colleghi e a tutti i pompieri.

Ricostruire!

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Città della scienza

Ricostruire!

Napoletani, italiani, non lasciamo che questa gente ci porti via anche la cultura. A città della scienza si divulgava il sapere ai grandi e soprattutto ai bambini; si faceva quello che serve nel nostro paese: infondere la cultura nelle nuove generazioni per un futuro diverso. Persone di buona volontà, ricostruiamo città della scienza, ricostruiamo Napoli, ricostruiamo l’Italia! È ora di svegliarsi, di voltare le spalle ai criminali, di ricostruire. Riprendiamoci il nostro futuro.

Fondazione Idis Città della Scienza
IBAN:  IT41X0101003497100000003256
causale: Ricostruire Città della Scienza

guardia

Dormono tutti. Solo io veglio. L’accampamento in riva al mare riposa, riposano le persone cullate dal suono delle onde del mare. Il fuoco è ancora vivo, basso, caldo. Tutti dormono. Io veglio, sono a guardia di questi piccoli esseri indifesi. Sono seduto su un grosso tronco, con la testa tra le mani. Guardo il mare calmo con le sue onde ipnotiche che arrivano verso la riva con la precisione di un pendolo. Una, due, tre, cento, mille. Una muore mentre un’altra nasce, rischiarate dal bagliore della Luna bassa all’orizzonte.

Penso a voi, anime innocenti. Madri con i vostri figli. Angeli scesi in terra per assaggiare una parentesi di inferno. Stanotte siete al sicuro. Dormite al caldo, pericoli non arriveranno dal mare. Ci sono io a scrutare l’orizzonte. Darò tutto me stesso, attraverserò le fiamme, guaderò i fiumi, scenderò nelle profondità della terra e salirò in alto nel cielo. Sacrificherò la mia vita. Voi sarete salvi. I bambini potranno crescere, le mamme potranno amarli ancora, i padri potranno essere orgogliosi dei nuovi piccoli uomini che hanno cresciuto.

Io non dormirò.

mar Jonio visto da un'altura

mar Jonio visto da un’altura

preghiera del vigile del fuoco

Iddio, che illumini i cieli e colmi gli abissi, arda nei

nostri petti, perpetua, la fiamma del sacrificio.

Fa più ardente della fiamma il sangue che ci scorre

nelle vene, vermiglio come un canto di vittoria.

Quando la sirena urla per le vie della città, ascolta

il palpito dei nostri cuori votati alla rinuncia.

Quando a gara con le aquile verso di te saliamo,

ci sorregga la Tua mano piagata.

Quando l’incendio irresistibile avvampa, bruci il

male che si annida nelle case degli uomini, non

la ricchezza che accresce la potenza della Patria.

Signore, siamo i portatori della Tua Croce, e il

rischio è il nostro pane quotidiano.

Un giorno senza rischio è non vissuto, poiché per

noi credenti la morte è vita, è luce: nel terrore dei

crolli, nel furore delle acque, nell’inferno dei roghi

la nostra vita è il fuoco

La nostra fede è Dio.

Per Santa BARBARA martire.

Così sia.

 

Incidente stradale

 

al lavoro

Una luce trapassa le palpebre chiuse nel cuore della notte. Immediatamente capisco dove mi trovo. Scatto. In un gesto furioso butto giù la coperta e metto i piedi a terra. Il suono della campana è come un trapano. Buca i timpani e colpisce direttamente il cervello mentre cerco di raccogliere tutta la concentrazione per infilare i pantaloni e le scarpe. Guardo l’orologio: 3,57. Guardo i miei colleghi, compagni di stanza, anche loro risvegliati di soprassalto. Non parliamo. Sappiamo tutti cosa fare. Vestirsi, muoversi e prepararsi. L’altoparlante dell’interfono annuncia che tipo di intervento andremo a fare: “incidente stradale”. Vado al piccolo trotto verso il palo di discesa, apro il cancelletto e afferro il palo prima con le braccia e poi con le gambe. In un attimo atterro sul cuscino del piano di sotto. Apro la porta e mi trovo già davanti all’autopompa. Infilo gli stivali e vedo tutti gli altri che come me si stanno preparando per uscire.

“Di che si tratta?” domanda un vigile.

“Incidente stradale con incastrati, l’auto è finita in una scarpata”, risponde gridando il centralinista in mutande; ha già aperto la serranda della rimessa.

Tutto è pronto. Salgo sull’autopompa e giro la chiave. Il motorino sussulta e il motore si avvia. Accendo i lampeggianti blu e le “strobo”. Tutti i pompieri sono saliti a bordo, le porte sono chiuse.

“Dove andiamo?” chiedo al caposquadra.

“Autostrada A8, direzione Milano”.

Innesto la marcia e parto, curvo sulla destra e nel frattempo accendo la sirena.

Sono passati solo trenta secondi da quando ci siamo svegliati ma non c’è più tempo per dormire. Ora si deve dare il massimo.

La strada è quasi deserta, sono le quattro del mattino. Ai primi tempi, quando ancora non ero autista, mi piaceva guardare la città di notte e immaginare la vita delle persone, ignare di tutto quello che stava succedendo. Pensavo “qualcuno dorme, qualcuno ama, qualcuno soffre”. Mi piaceva pensare che la vita della gente andava per il verso giusto. Se poi succedeva qualcosa di male, qualche problema, una squadra di vigili del fuoco era lì pronta a soccorrere, a mettere a posto le cose.

Adesso sono l’autista. Non ho tempo per pensare, devo portare il mezzo e gli uomini nel posto dove è successo il disastro. Curva a sinistra, semaforo rosso, rallenta, attento, passa. Altra curva, il mezzo tiene bene la strada, i pompieri sono sballottati un po’ di qua e di là. Se non fossero ancora un po’ assonnati si divertirebbero anche. Sono vestiti di tutto punto. Completo antifiamma, elmetto e varie lampade in testa e sul giaccone.

Imbocco l’autostrada, non si vede coda, l’incidente deve essere lontano. Le luci stroboscopiche si riflettono negli specchietti dei pochi automobilisti presenti a quell’ora. Qualcuno si fa da parte. Il traffico è minimo.

In lontananza ecco che vediamo delle luci gialle che lampeggiano. Poi vediamo le luci blu delle auto della polizia. Siamo arrivati. Per radio diamo comunicazione dell’arrivo in posto. L’operatore della sala operativa della centrale ci avvisa che stanno arrivando altri due mezzi a darci manforte.

“Kappa” dice il caposquadra.

Spengo la sirena e accosto infilandomi tra la colonna di auto sulla mia sinistra e l’ambulanza che è ferma sul margine della carreggiata. Freno a mano e tutti giù.

Io resto ancora qualche attimo al volante. Accendo le luci dei vani laterali, innesto la presa di forza per la pompa e prendo il mio elmetto e i guanti.

Scendo e mi porto subito sul lato destro del mezzo dove è posizionato il gruppo elettrogeno. Lo accendo e sollevo la colonna fari. In pochi secondi la scena dell’incidente è illuminata. Do un’occhiata alla situazione. L’auto è finita nella scarpata, è rovesciata e al suo interno c’è una persona. Il personale sanitario già è all’opera per stabilizzarne le funzioni vitali.

“Gruppo da taglio, presto! Prendetelo e portatelo qui!” ordina il caposquadra indicando il punto dove posizionare la centralina. Il gruppo da taglio è formato da un motore a scoppio accoppiato ad una pompa oleodinamica che, pompando dell’olio ad alta pressione, riesce a muovere una cesoia e un divaricatore meccanici. Il gruppo da taglio serve per tagliare e aprire le lamiere delle vetture “come scatole di sardine”, come amano dire i vigili del fuoco ai bambini in visita nelle caserme.

Mentre i pompieri prendono il gruppo da taglio, io ho già attivato la pompa dell’acqua, nel caso in cui ci fosse qualche principio d’incendio. Vado ad aiutarli, il gruppo pesa molto. In quattro portiamo l’importante attrezzo nel punto indicato dal capo. I sanitari hanno già applicato al malcapitato il collarino e il corsetto per l’estricazione. La tavola spinale è pronta ad accogliere il ferito ma c’è un ultimo ostacolo: il montante dell’auto ne ostruisce il passaggio. Entriamo in azione. Accendo il gruppo. Due operatori, uno tiene la cesoia e l’altro lo aiuta a piazzarla correttamente nel punto da tagliare. Gli altri maneggiano i tubi dell’olio in modo che non diano fastidio alle operazioni di taglio. Si comincia. Agendo su una ghiera posta sull’impugnatura della cesoia si fa in modo che le forbici si aprano. Poi, ruotando la ghiera nel verso opposto, queste si chiudono penetrando senza sforzo nella lamiera del montante. Il primo taglio è fatto ma ne serve un altro dal lato opposto. Mentre i vigili continuano nella loro opera mi accorgo che c’è della benzina tutto intorno al lato posteriore dell’auto. Corro a prendere un estintore a polvere e lo piazzo nei pressi delle operazioni di soccorso. In tre minuti il malcapitato viene liberato e messo sulla spinale, imbracato e immobilizzato. Si lamenta molto per il dolore ma non sembra essere grave, forse ha qualche frattura al braccio sinistro. Sento infatti i sanitari parlare di un codice giallo. In ospedale gli saranno fatti tutti i controlli, se la caverà.

Il grosso del lavoro è fatto. Il caposquadra comunica con la sala operativa e, mentre si rimette a posto il gruppo da taglio, discutiamo di come recuperare la vettura. Il carro attrezzi è già presente ma la vettura è ribaltata. Nessun problema. Usando il verricello della nostra autopompa riusciamo a rimettere l’auto in posizione ottimale, pronta per essere recuperata dal carro attrezzi.

L’intervento può considerarsi concluso. Spengo e ripiego la colonna fari mentre il capo scrive qualcosa sul suo taccuino. I vigili sono già sul mezzo, sono le 5,20 del mattino. L’aria comincia ad essere fresca, siamo a fine settembre. Il tragitto per rientrare è rilassato. Guido piano, con il cambio automatico. Qualcuno dorme, dopo la tensione si sente tutta la stanchezza. Anch’io sono stanco ma devo resistere ancora un po’. Rientriamo in sede e, dopo esserci lavati le mani e il viso, torniamo verso le brande. Sono quasi le sei. Non varrebbe neanche la pena rimettersi a letto ma ho sonno. Ho meno di un’ora. Meglio sbrigarsi. Buonanotte. Buongiorno.